Mantra di apertura dell’Ashtanga Yoga

वन्दे गुरूणां चरणारविन्दे सन्दर्शितस्वात्मसुखावबोधे ।

निःश्रेयसे जाङ्गलिकायमाने संसारहालाहलमोहशान्त्यै ॥

आबाहुपुरुषाकारं शङ्खचक्रासिधारिणम् ।

सहस्रशिरसं श्वेतं प्रणमामि पतञ्जलिम् ॥

Oṃ

vande gurūnāṃ caraṇāravinde 

sandarśita svātma sukhāvabodhe |

niḥśreyase jāṅgalikāyamāne 

saṃsāra hālāhala moha śāntyai ||

ābāhu puruṣākāraṃ śaṅkha cakrāsi dhāriṇam |

sahasra śirasaṃ śvetaṃ praṇamāmi patañjalim ||

Oṃ
Mi inchino ai piedi del Loto del Supremo dei Guru che insegnano la buona conoscenza,
grazie ai quali è stata risvegliata la felicità mostrando la via per conoscere il Sé (la mia Anima), mio ultimo rifugio, che agisce come antidoto al veleno (ignoranza) del “serpente”, che pacifica le delusioni causate dell’esistenza ciclica (samsara).
A colui che è umano nella forma fin sotto spalle, che brandisce una spada (discriminazione), una conchiglia (suono divino/primordiale) e un disco di luce (una ruota di fuoco che può rappresentare anch’essa il tempo). Con mille teste bianche radianti (infinito), mi inchino a Patañjali.
Oṃ

L’Ashtanga Yoga ha tradizionalmente sia un canto, mantra di apertura, che uno di chiusura. Viste le radici di questa disciplina, i mantra vengono sempre recitati in sanscrito, molti credono sia una lingua che ha dato origine alle altre lingue antiche del mondo. I maggiori sanscritisti internazionali sono tutti ad oggi concordi sul fatto che non sia un’affermazione verosimile. In ogni caso in India, si dice che il significato dei mantra sia universale e comprensibile a livello sottile anche da chi non conosce questa lingua, poiché il sanscrito è la lingua del cuore!

Oṃ è una sillaba primordiale, considerata sacra che rappresenta Īśvara. Īśvara è un essere speciale che non è toccato dalle afflizioni, dalle azioni o dai risultati dell’azione ed è quindi considerato come il seme di ogni conoscenza. Īśvara è il primo Guru e soprattutto è incondizionato dal tempo. Oṃ deve essere cantato, mentre la mente riposa sul pieno significato delle sue “qualità”. Se cantato con la mente aperta a questo, rimuove gli ostacoli alla conoscenza del vero Sé.

I mantra aiutano a spostare la coscienza dell’individuo che pratica la recitazione del mantra ad un livello superiore di vibrazione (come avviene per i canti gregoriani e simili). Questo a sua volta, ci avvicina al nostro vero , l’aspetto di noi stessi che rimane eterno e lascia al praticante un senso di pace, calma e centratura. E’ oramai dimostrato scientificamente che il canto può alterare una serie di processi fisiologici, stabilizzare la frequenza cardiaca, abbassare la pressione sanguigna, produrre endorfine e aumentare i processi metabolici. Per questi motivi il canto dei mantra si integra perfettamente con la pratica fisica degli āsana (posture) e quella ancor più sottile di Prāṇāyāma (“respirazione”) e meditazione.

Il canto di apertura dell’Ashtanga Yoga è una specie di preghiera, una benedizione di gratitudine offerta al lignaggio degli insegnanti del passato e ai loro studenti. Essi hanno portato a noi questa pratica antica , facendola sopravvivere nei secoli affinché anche noi ne potessimo sperimentare i benefici. Recitare questo mantra si dice che purifichi l’energia dello spazio in cui abbiamo scelto di praticare. Prepara la mente, il corpo e le emozioni per la sequenza di Ashtanga. Cantare il mantra iniziale, ritualizza ancor di più l’abitudine a praticare con regolarità.

Patañjali e la sua simbologia 

Non si sa quasi nulla della persona storica di Patañjali. Non sappiamo nemmeno se l’autore degli Yoga Sūtra fosse un individuo realmente esistito o no. Una delle ipotesi è che gli Yoga Sūtra siano un’opera che potrebbe aver attraversato diversi secoli e a cui molti autori hanno contribuito con la stesura delle loro idee. Con la carenza di informazioni in merito, di fatto è veramente difficile risalire a come, quando, dove e da chi, sia nata quest’opera. Patañjali è mitologicamente descritto come un’incarnazione di Ananta, il serpente del mondo. Per questo di solito è rappresentato come metà essere umano e metà serpente. Quando è in posizione arrotolata, il serpente di fatto costituisce la base del busto umano seduto in posizione verticale. Ananta significa letteralmente “infinito“. E’ considerato il re dei nāga (antica razza semi-divina di uomini-serpente, ancora venerati in India come simbolo di saggezza. Le 1.000 teste splendenti simboleggiano anch’esse l’infinito. La conchiglia è un simbolo del suono da cui tutto ha avuto origine (Oṃ). Il disco è un simbolo del tempo che distrugge tutto, quindi Patañjali supera la dimensione del tempo, supera l’inizio e la fine.

Esiste un’annosa diatriba sulle raffigurazioni di Patañjali se abbiano o meno la spada, a mio parere la spada in questo senso mi richiama molto alla mente la simbologia ad esempio di Mañjuśrī che con la “spada della saggezza recide il velo di māyā (illusione), nonché dell’ignoranza (avidyā)”. Inoltre la spada può essere anche un simbolo per viveka, la discriminazione. Ovvero il sadhaka (il praticante yoga) è una persona con acuto senso di discriminazione e capacità di discernimento. Viveka è un importante strumento per raggiungere la libertà (mokṣa) negli Yoga Sūtra di Patañjali. Patañjali a mio avviso quindi può essere un po’ considerato come una figura di riferimento, nel senso che il sadhaka aspira ad ottenere grazie alla pratica queste qualità per rimuovere la sofferenza e giungere alla libertà, lo scopo ultimo dello Yoga.

नमस्ते
Namaste

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