Prāṇāyāma प्राणायाम

Prāṇāyāma è una sādhanā (disciplina, pratica, adempimento) importante nella cultura indiana, che comprende un insieme di tecniche volte a modificare i processi di respirazione.
Le traduzioni più comuni per prāṇāyāma sono: “tecniche di respirazione” e “controllo del soffio vitale/respiro”. La traduzione che preferisco tuttavia è “estensione del respiro, dell’energia” derivata da:  prāṇa energia vitale” di cui il respiro è uno dei veicoli, e āyāma “estendere o prolungare” ovvero la forma negativa di yāma “trattenere, controllare”. Il termine appare per la prima volta nella Atharvāveda Saṃhitā, datata fra il 2000-1500 a.C.

Il termine prāṇa, deriva dal verbo respirare, inalare e corrisponde ed indica proprio il soffio vitale che pervade corpo e anima. Esso é presente finché c’è vita e svanisce con la morte. Prāṇa si riferisce anche all’energia che circola nel corpo e, in senso più ampio, viene identificato con l’ātman, ovvero il Sé insito in ogni essere umano. Ciò che riguarda il prāṇa viene trattato: nella Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad, Chāndogya Upaniṣad, ma in particolare nella Praśna Upaniṣad, una delle tredici Upaniṣad principali, che appartiene all’Atharva Veda, ovvero il Veda rivolto in particolare agli atharvāṇ i sacerdoti del fuoco. Questa deve il suo nome ai sei quesiti (praśna) rivolti al Ṛṣi Pippalāda da alcuni discepoli desiderosi di conoscenza i quali espongono tematiche di ordine denso/grossolano, sottile/energetico, principale/ontologico ed infine metafisico.

Molti degli esercizi di controllo del prāṇa sono di carattere respiratorio. Per padroneggiare tutte le energie contenute principalmente nell’aria, è perciò fondamentale padroneggiare la propria respirazione. Essendo quest’ultima di carattere principalmente involontario, è raramente degna della nostra attenzione. Nel prāṇāyāma in particolare modo, si esplorano le potenzialità del respiro. Le potenzialità di una buona respirazione sono molto interessanti: imparare a sfruttare al meglio e rendere più efficiente la respirazione porterà benefici che miglioreranno molti aspetti della vita quotidiana. Grazie ad esso migliorano gli scambi gassosi ed energetici con conseguenti effetti benefici per le cellule del nostro corpo, potenziando anche la capacità di concentrazione.

Nella bibliografia dello Yoga, il prāṇāyāma costituisce il quarto stadio dell’ottuplice sentiero  aṣṭāṅga yoga o Rāja Yoga riportato negli Yoga Sūtra di Patañjali. Presuppone un’adeguata preparazione, attraverso la rigorosa osservanza di norme etiche, pratiche di purificazione e perfezionamento di sé, nonché la padronanza delle posture.

Yoga Sūtra di Patañjali – Sādhanā Pada – sūtra 49

तस्मिन् सति श्वासप्रश्वासयोर्गतिविच्छेदः प्राणायामः॥४९॥

tasmin sati śvāsapraśvāsayorgativicchedaḥ prāṇāyāmaḥ

Tasmin: su quello; sati: essendo stato; śvāsapraśvāsayah: inspirazione, espirazione; gati: movimento; vichchhedaḥ: pausa/cessazione; prāṇāyāmaḥ: prāṇāyāma 

Essendo stabile su quello, il prāṇāyāma é la cessazione del movimento di inspirazione ed espirazione. 

Dopo aver padroneggiato Yama, Niyama ed Āsana, lo yogin deve intraprendere il prāṇāyāma, cioè la sospensione di inspiro (puraka) ed espiro (rechaka). Ovvero solo kumbhaka.

In questo sūtra, Patañjali introduce prāṇāyāma fornendone la sua definizione.
Siamo nel secondo capitolo: Sādhanā Pada, e l’autore ha già introdotto la “pratica/disciplina” (sādhanā) che porta al raggiungimento di uno stato di coscienza libero da condizionamenti (yogaś citta vṛtti nirodhaḥ).
E’ proprio grazie al “tasmin sati” del sūtra, che letteralmente significa “esserci stabiliti qui” che si richiama quanto precedente esposto nel testo, ovvero i precedenti āṅga (ramo, elemento, arto ecc). Il ramo dello yoga āsana era definito nel sūtra 2.46 come “postura stabile e confortevole”, pertanto il significato più amplio di “tasmin sati” può dirsi “essendosi affermato in una postura stabile e confortevole“. Viene da pensare di poter estendere allo stesso modo la frase ai restanti arti dello yoga: pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi. Ovvero, una postura ferma, stabile e confortevole dovrebbe essere usata anche in tutte le fasi della meditazione. In questo senso āsana non è un arto a sé, così come non lo sono tutti gli altri. Un significato ancora più esteso del sūtra può essere “dopo aver stabilito sé stessi in autocontrollo, regole fisse ed in una posizione seduta stabile e confortevole, l’interruzione controllata o sospensione di inalazione ed espirazione è definita come prāṇāyāma”.
In sostanza quindi, dopo aver padroneggiato i precedenti āṅga, è possibile accedere al prāṇāyāma.
Patañjali afferma chiaramente che Prāṇāyāma è kumbhaka (ritenzione, apnea) e, nonostante richiami alla mente gli “esercizi” di respirazione dell’Haṭha Yoga, in Patañjali prāṇāyāma è più un’istruzione di meditazione sul controllo del respiro, ma per arrivare a questo sottile controllo respiratorio, è necessario cominciare dalle tecniche “grossolane”.

Nell’Haṭha Yoga si parte dal corpo per sviluppare consapevolezza e controllo, col passare del tempo la mente si espande ed il respiro diventa il centro della pratica.
Prāṇāyāma è il secondo stadio dello haṭha yoga secondo la Haṭhayoga Pradīpikā, il primo verso del secondo capitolo dice:

अथासने दॄढे मोगी वशी श्चहतश्चभताशन्।

गरूऩश्चदष्टभागणप्राणामाभान्सभभ्यसत॥१॥

Athāsane drdhe yogī vaśī hitamitāśanah
Ghurūpadishtamārghena prānāyāmānsamabhyaset

Allora lo yogin che ha domato le proprie passioni e osserva una dieta salutare e moderata, dopo che la postura è stabilmente acquisita, deve praticare prāṇāyāma, secondo gli insegnamenti del maestro

Autocontrollo e autodisciplina dovrebbero iniziare con il corpo: āsana e prāṇāyāma sono disciplina ma kumbhaka è autocontrollo.

Nella Gheraṇḍa Saṃhitā troviamo sette capitoli, ciascuno dei quali corrisponde ad una pratica yogica necessaria a purificare corpo materiale e sottile: sette “adempimenti”. Il prāṇāyāma costituisce il quinto sādhana (adempimento), del percorso ascetico dello yogin chiamato Ghaṭasthayoga: “lo Yoga del corpo”.

La parola ghaṭa (brocca o recipiente) è utilizzata nel testo per indicare il corpo umano, costituito appunto sia da corpo materiale che da corpo sottile. Il quinto capitolo inizia con le istruzioni su dove dovrebbe vivere lo yogi, cosa dovrebbe mangiare e in quale momento dell’anno dovrebbe iniziare la pratica yogica, poi elenca dieci tipi di prāṇāyāma. Ogni sādhana conduce all’acquisizione di una determinata qualità o di un “livello spirituale” e la quinta è leggerezza. Assenza di peso, come in sospensione, nell’elemento acqua.
Nella Gheraṇḍa Saṃhitā viene attribuita una grande importanza al prāṇāyāma, del quale non fanno parte solo le pratiche respiratorie e di controllo del prāṇā ma anche tecniche meditative elevate. Secondo il testo, prāṇā non dev’essere inteso nella sola accezione materialistica di “aria” ma soprattutto in quella più sottile di energia/forza vitale che pervade tutto il cosmo, veicolata appunto dal respiro. L’obiettivo è quello di espandere il prāṇā in tutto il corpo attraverso le nāḍī (canali energetici). Questo può avvenire solo se i canali sono stati precedentemente purificati.
Prāṇā risveglierà Kuṇḍalinī (Energia) per poi indirizzarsi assieme nella suṣumṇā (canale centrale), salendo e perforando i vari chakra, fino a sfociare nel Brahmarandhra chakra la “porta di Brahmā”, ovvero la residenza dell’anima, situato in cima alla testa, nella fontanella. L’ascesa di Kuṇḍalinī è uno dei principali risultati che lo yogin può conseguire, egli sarà quindi in grado di realizzare tecniche meditative sempre più elevate. Il testo è altresì molto serio sugli effetti negativi del prāṇāyāma, per questo è molto preciso nelle indicazioni da seguire. “Nello Haṭha yoga, in genere, indipendentemente dalle differenze tra i metodi particolari, l’importanza del prāṇāyāma è tale che in più luoghi si afferma che tutti i successivi progressi, ossia la realizzazione di pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna e samādhi, non sono che esecuzioni sempre più perfette e complete delle sue tecniche.

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