YOGA योग

Capire che cos’è e cosa significa yoga, per chi non ha avuto modo di avere un approccio diretto, è impresa ardua. Internet c’è ogni genere di risposta e sua declinazione. Ognuno di noi può rendere disponibili, a chiunque voglia o abbia modo di leggerle, qualsiasi tipo di informazione. Per mia parte, cerco di pubblicare contenuto verificato da testi ed autori di riferimento. Aggiungendo considerazioni personali, derivate dalla mia esperienza diretta e con i limiti che fanno parte di me. Quanto segue è frutto di questo.

Tanti degli approcci allo yoga che oggi vediamo sono tutti derivati da una tradizione più anticae, specialmente laddove vediamo un grande sforzo commerciale, è probabile che ci sia stato un allontanamento dalla tradizione. 

La parola Sanscrita “yog può essere derivata da una delle due radici verbali sanscrite yuj soggiogare, collegare, unire, imbrigliare” oppure yuj samādhau concentrazione”, essa è frequentemente interpretata con la caratteristica semantica di “unione” volendola poi tradurre come “disciplina che unisce corpo e mente” grazie alla concentrazione.

In occidente spesso lo Yoga è identificato e praticato principalmente per le sue posture fisiche, esprimibili nella parola sanscrita āsana आसन posizione seduta, sedersi, posto a sedere” dalla radice del verbo ās “sedersi” appunto. Gli āsana fanno parte di uno degli aspetti presi in considerazione dallo Yoga, ovvero “l’esercizio per il corpo”, costituito appunto anche dalle posture dell’Haṭha Yoga हठयोग. In realtà gli āsana sono stati creati per purificare il “sistema corpo-mente”, per donargli prestanza, elasticità e forza necessarie a rimanere seduto in meditazione per lunghi periodi di tempo. Infatti lo Yoga è, più correttamente, una sādhanā disciplina, sforzo spirituale verso un obiettivo” che coinvolge corpo, mente, etica e spirito. Disciplina che ha avuto origine grossomodo nell’area che oggi conosciamo come India.

Nella bibliografia indiana la parola Yoga, utilizzata nel senso di controllo della mente e dei sensi,  ricorre già in epoca vedica. Forse per la prima volta, viene citata in una delle Upaniṣad antiche (corpus datato attorno al IX-VII secolo a.C.): la Taittirīya Upaniṣad तैत्तिरीय उपनिषद् facente parte dell’Yajur-Veda यजुर्वेद nero, nonché conosciuta per essere il testo in cui si trova la prima volta la formulazione della dottrina dei cinque kośa कोश “guaina, involucro”.  La Taittirīya (VI-V sec. a.C.) è una Upaniṣad che comprende in parte preghiere e benedizioni, istruzioni su fonetica e prassi, consigli su etica e morale, istruzioni filosofiche ed in parte è un trattato sull’allegoria. Ogni suo capitolo è chiamato vallī. Il primo capitolo śikṣā (istruzione, educazione) vallī è formato da dodici Anuvāka (lezioni, ripetizioni, recitare le letture) le lezioni di questo primo capitolo riguardano l’educazione degli studenti, la loro iniziazione in una scuola, le loro responsabilità, le responsabilità etiche e sociali dell’insegnante, il ruolo della respirazione, la pronuncia corretta ecc. Oltre a questo, contiene spiegazione ed esegesi cosmologica che “darà in seguito origine alla successiva meditazione sulla sillaba sacra oṃ”.

Il sesto anuvāka termina quindi con l’esortazione a meditare sul principio di Unità, rivolto a Prācīnayogya, nome di un Maestro vedico che etimologicamente significa “seguace dello Yoga antico” rendendo questa una delle prime menzioni della pratica Yoga.

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