#5 – Pratyāhāra प्रत्याहार un accenno…

Pratyāhāra tradotto come “rivolgersi all’interno” o “ritrarsi dei sensi” o “riassorbimento dei sensi“. E’ il quinto degli Otto āṅga (stadi, arti, rami) illustrati negli Yoga Sūtra (tradotto “aforismi sullo Yoga”) di Patañjali  योगसूत्र.

Nel primo capitolo, il Samādhi Pāda, l’autore descrive cos’è lo Yoga.
Il secondo capitolo, il “Sādhana Pāda“, è dedicato  alla pratica spirituale.  L’autore descrive il “sentiero” che lo yogi può intraprendere per eliminare la sofferenza e raggiungere uno stadio “yogico”. Questo percorso è conosciuto come “Rāja Yoga” राजयोग (letteralmente “Yoga Regale”) o anche “aṣṭāṅga yoga di Patañjaliovvero “gli otto stadi dello yoga di Patañjali” inteso come percorso ad otto elementi (stadi, arti, rami, lembi). Questi Otto rami sono suddivisibili a loro volta in bahiraṅga (pratiche esterne) ed antaraṅga (pratiche interne). I tre rami interni tutti assieme, a cui spesso ci si riferisce come “superiori”, sono detti saṃyama (tenere assieme).

Il sūtra 29 del secondo capitolo li introduce tutti ed otto:

यमनियमासनप्राणायामप्रत्याहारधारणाध्यानसमाधयोऽष्टावङ्गानि॥२९॥
Yamaniyamāsanaprāṇāyāmapratyāhāradhāraṇādhyānasamādhayo’ṣṭāvaṅgāni||29|

Yama, Niyama, Āsana, Prāṇāyāma, Pratyāhāra, Dhāraṇā, Dhyāna, Samādhi (samādhayaḥ) (sono) gli otto (aṣṭau) lembi o arti o stadi (aṅga) (dello Yoga) (aṅgāni)-29

Brevemente tradotte:

  1. Yama – cinque “astinenze”
  2. Niyama – cinque “osservanze”
  3. Āsana – posture
  4. Prāṇāyāma – estensione dell’energia
  5. Pratyāhāra – riassorbimento dei sensi
  6. Dhāraṇā – concentrazione
  7. Dhyāna – meditazione
  8. Samādhi – unione, enstàsi

 

 

Più avanti l’autore Patañjali descriverà ciascuno di essi.

Pratyāhāra è di fatto il ponte di congiunzione fra bahiraṅga ed antaraṅga, consiste nella facoltà di liberare l’attività sensoriale dall’influenza degli oggetti esterni.  Durante pratyāhāra, anziché proiettarsi verso l’oggetto, i sensi rimangono assorti in loro stessi, senza che la mente perda la facoltà di avere percezioni sensoriali. Questa conoscenza diretta, non più mediata dai sensi, consente allo yogin di conoscere le cose “quali esse sono”. Grazie a pratyāhāra, la mente sottrae l’attività sensoriale al dominio degli oggetti esterni, rispecchiando direttamente la realtà per quello che è, senza servirsi del filtro sensoriale. Questa autonomia della mente, non comporta la soppressione del mondo fenomenico, pur essendo distaccati dal mondo, lo yogin continua a contemplarlo.

In tal senso, una traduzione di pratyāhāra con spunti molto interessanti anche per la pratica è: “l’emancipazione dell’attività sensoriale dall’influsso degli oggetti esterni” ovvero il raccoglimento al nostro interno per rimuovere le distrazioni esterne alla nostra persona, mantenendo l’occhio distaccato dell’osservatore.

Desikachar traduce i sūtra 2.54 – 2.55 come segue:

La moderazione dei sensi si verifica quando la mente è in grado di rimanere nella direzione scelta e i sensi ignorano i diversi oggetti che li circondano per seguire fedelmente la direzione della mente. Quindi i sensi vengono padroneggiati” tradotto da T.K.V. Desikachar

Grazie a pratyāhāra, la mente non riconoscere servendosi delle categorie linguistiche e concettuali, ma osserva direttamente le cose così come sono.

Un altro testo, fondamentale per lo Haṭha Yoga, è la Gheraṇḍa Saṃhitā, datato tra il XVI e XVII secolo. Il testo è articolato in sette lezioni (upadeśa) corrispondenti ad adempimenti (sādhana) ovvero tappe del percorso ascetico proposto. La quarta tappa è proprio la ritrazione dei sensi pratyāhāra: astraendo la mente dalle sollecitazioni dei sensi, dalle quali è comunemente distratta, la mente torna sotto il controllo del Sé o Ātman.

All’inizio della nostra pratica delle posture, gli āsana, Pratyāhāra si può manifestare anche quando decidiamo attivamente di osservare e di partecipare alla postura: sistemandoci, ascoltandoci e lasciando andare le distrazioni derivate da ciò che è esterno, incluse le nostre aspettative rispetto all’esecuzione della postura. Possiamo scegliere di ammorbidire il nostro sguardo o chiudere gli occhi, riposare i nostri corpi, assumendo nuove forme grazie all’ introspezione. Permettendo al corpo ed alla mente di sviluppare nuove sensibilità. Consapevoli del respiro, del battito cardiaco, delle sensazioni corporee e dei pensieri, la nostra attenzione è completamente centrata in noi. Ci tratteniamo dal guardarci attorno, dall’interagire con l’esterno e dal muoverci per distoglierci da questa esplorazione.

Fermo ed ascolta.
Pratyāhāra 5° elemento dello Yoga secondo lo “Yoga Sūtra” di Patañjali

 

 

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